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MONDO DELL' APE

Oltre ogni moda

Molto più di un motofurgone, una filosofia di vita. C’è chi in garage ne ha una ventina, chi ci va in ufficio e chi in vacanza: l’amore per il mito a tre ruote se ne frega dei trend. E il club va a gonfie vele!!

Ormai rarissimo in città, sempre meno presente nelle campagne, l’Ape è la fotografia in bianco e nero di un’Italia più colorata rispetto a quella odierna, fatta di gente semplice e ruspante, senza cellulare e con le maniche rimboccate. Zero comfort ma tanta praticità per il tre ruote Piaggio.

Minuscoli motori due tempi con avviamento “a strappo” e, successivamente, qualche unità a gasolio. Arrivato nel 1948, due anni dopo la Vespa, al pari dello scooter progettato dall’ingegner D’Ascanio l’Ape ha rivoluzionato la mobilità, soprattutto quella operosa, sostituendo carri, carretti e somari.
La prima serie era sostanzialmente una Vespa a tre ruote con un cassone posteriore in legno, innumerevoli da allora le varianti, sino a quella elettrica a zero emissioni.

Per capire cosa questo veicolo rappresenti oggi per gli appassionati, basta fare due chiacchiere con Jean Claude Aiazzi, 38 anni, vicepresidente dell’Ape Club Italia. “Fondato nel 2006, il club è stato un successo oltre le aspettative: oggi siamo 130 soci suddivisi in dieci sezioni, compresa quella che coordino io, qui ad Aosta. Gli apisti sono persone di tutti i tipi, dal quattordicenne fresco di patentino all’ottantenne cultore della storia Piaggio. Il fatto è che la passione per questo mezzo non ha età: a bordo dell’Ape, io mi sono addirittura sposato e in garage ne ho ventuno esemplari, il più datato è del ’53, il più recente del ’93. Tanti? Certo, ma qualcuno dei nostri soci ne ha anche di più...”.

 

In effetti, il gruppo di apisti che incontriamo ad Aosta, in una fredda giornata invernale, è davvero variegato. C’è il tipo compassato, come Emilio Gaballo, nove Ape in box, talmente perfezionista che se deve salire sul cassone indossa le pantofole per non sporcare. Tutto il contrario di Rocco Romeo, uno che i graffi li tollera eccome e va fiero della straordinaria affidabilità di Pina, “la sua” Ape 400 del ’77. Poi ci sono i giovanissimi, come Matteo Lovisani, diciassette anni, che sfoggia orgoglioso il suo C3 del 1960 con
cassone ribaltabile. “L’ho trovato per caso in un garage quando ero bambino: era in condizioni pessime ma ora è perfetto. Lo uso ogni giorno e nessuno dei miei amici mi prende in giro, anzi l’Ape piace proprio a tutti. Sono giovane, è vero, ma sono un apista doc e con la mia passione ho contagiato mio padre”. C’è anche chi, dell’Ape, apprezza la concretezza: “È il massimo per trasportare la legna” spiega Andrea Addario, 40 anni, indicando il suo Tmd con motore diesel di 500 cc. “Spesso lo uso al posto della macchina, visto che consuma pochissimo e ha anche una bella guida: cambio automobilistico, frizione e freno a pedale non mi fanno rimpiangere una berlina”. Già, perché l’Ape è sempre stato proposto in due versioni: coi comandi da moto o da auto. “La prima è più adatta alla guida su strada, la seconda è consigliabile per chi fa tanto sterrato”, chiarisce Erik Bosonin, 38 anni, dipendente della concessionaria Piaggio di Aosta e presente al raduno con un Calessino fiammante, omologato per quattro persone, guidatore compreso. L’Ape per qualcuno è anche un affare di famiglia, per esempio Gaetano e Fabio Ottavi, padre e figlio, che custodiscono in garage una piccola collezione. Tra i pezzi pregiati un raro Pentarò, motoarticolato cinque ruote del ’66. I più romantici del gruppo sono Giacomo Mantovani ed Elena Rean: si fanno piccoli piccoli per viaggiare insieme a bordo di una ricercatissima AD1 carrozzata Scattolini. Il più entusiasta di tutti, invece, è Riccardo Bragardo di 76 anni, apista da un paio di stagioni: alle gite e ai raduni, lui e il suo 400R del ’78 non mancano mai.

 

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Oltre ogni moda

 

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